venerdì 21 gennaio 2011

L'indifferenza dei 'sani'.

Ore 16:15 circa, sull'autobus appena partito dalla stazione Anagnina di Roma assisto alla seguente scena: un noto signore, habitué della corsa pomeridiana ed ospite di un centro di igene mentale, sale sull'autobus per fare ritorno a quella che ormai da anni è la sua casa, dopo la sua abituale passeggiata sotto il cielo romano. Trovato il suo solito posto occupato chiede ripetitivamente in tono gentile alla signora che vi è seduta di cederglielo. La "signora", (se così può essere definita), non lo degna di uno sguardo. Troppo "matto" è quel tizio per essere preso in considerazione: è questo quello che trapela dai suoi gesti, dai suoi occhi. Intenerita (dal signore) e infastidita (da ciò che gli sta accadendo), cedo il mio posto al mal capitato che mi ricambia con un sorriso di una dolcezza inaudita, con un sorriso che sa riscaldare il cuore.
Non finisce qui. La signora infastidita dal mio gesto e dal fatto che avrebbe dovuto continuare il suo viaggio con un compagno poco gradido, si alza e si trasferisce nella parte posteriore dell'autobus.
La scena scorre sotto gli occhi indifferenti di tutti i passeggeri, che non muovono un dito, che non alzano lo sguardo se non quando letteralmente imbestialita inizio ad inveire contro la signora (ancora sprizzante di indifferenza). Ma quando incrocio i loro occhi, capisco che non sono rivolti a me per mostrarmi sostegno o per condannare l'indifferenza della signora, no, affatto, stavo disturbando il loro viaggio e questo in un paese civile come l'Italia non si fa!
Ma come ho potuto disturbare la quiete dei sani, per rendere migliore il viaggio di un malato?!
Se essere sani vuol dire davvero essere indifferenti alle mille condizioni diverse dell'esistenza, essere incivili e scortesi nei confronti di un altro uomo che non ha nulla in meno o in più rispetto a noi, essere egoisti, essere ottusi, essere convinti della propria superiorità rispetto ad un'altra vita, allora non voglio essere sana. Preferisco essere malata, preferisco guardare e perdermi nella verità degli occhi dolci e profondi di quel signore piuttosto che dover subire l'ignoranza dei sani.
Quando quel signore torna nel suo ospedale e voltandosi vede il cancello chiudersi, potrebbe non vedere quello che vedono i "sani" dalla loro pare, lui non vede chiudere il cancello che separa la civiltà dalla pazzia e dal delirio, lui potrebbe vedere chiudere il cancello che separa la falsità dalla verità, l'apparenza dalla semplicità dell'essere reali.

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